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Placebo, effetto placebo ed effetto nocebo sono termini ormai entrati nel linguaggio comune, spesso con connotazioni negative e in ogni caso riduzionistiche, mentre sottendono fenomeni complessi e allo stesso tempo affascinanti. Più ci si avvicina al “fenomeno placebo” e più l’iniziale banalità con cui si è soliti parlarne, scompare, lasciando il posto alla sua complessità e alla sua enorme potenzialità.


Ricostruendo la storia della medicina dall'antico Egitto (ma anche prima) attraverso le innumerevoli civiltà che si sono susseguite, non possiamo far altro che constatare che le pratiche e le arti mediche del passato altro non erano che effetti placebo. Ma cosa è rimasto di quei tempi?


 

La relazione medico-paziente può essere vista come un prodotto dell’evoluzione (Benedetti, 2013) e l’evoluzione dell’effetto placebo può aver contribuito all’emergere del ruolo del guaritore (medico) e della sua “arte medica”, sottolineando l’efficacia e il potere dell’incontro quale dimensione di guarigione (Miller et al., 2009).

Essere un paziente è una situazione tipica in tutte le culture e in tutte le medicine, siano esse tradizionali o convenzionali e implica diversi passaggi, fra di loro comuni e trasversali; Essere un paziente significa cioè stare male in generale (fisicamente e mentalmente) e cercare in tutti i modi possibili di guarire o alleviare il malessere.

Quando e come è nata la prima relazione fra medico e paziente? Ovviamente non ci è dato saperlo anche se si possono fare diverse speculazioni. Come suppone Benedetti (2013) il comportamento prosociale dei primi ominidi si può essere evoluto in svariati modi e uno di questi è stato la cura dei propri simili particolarmente bisognosi di aiuto e di cure. Benedetti cita infatti alcuni esempi di compassione e accudimento, risalenti alla preistoria, in cui ci sono tracce di aiuto reciproco in situazioni di salute critica. Nonostante nei primi ominidi questi gesti altruistici vengono adottati da diversi membri appartenenti alla comunità, l’autore suppone che nel corso dell’evoluzione una sola figura si sia lentamente specializzata nella cura delle sofferenze sia fisiche che mentali, diventando il punto di riferimento della comunità. Questa figura, inizialmente lo sciamano, rappresenta probabilmente il primo modello di medico. Gli ammalati si fidano di lui e dei suoi rimedi e grazie a questa fiducia, il suo ruolo, nella società, cresce sempre più di importanza fino a divenire una figura di riferimento in tutte le culture.


 

Con il passare dei secoli e delle scoperte scientifiche il suo ruolo si trasforma e lascia il posto al medico moderno, almeno nella società occidentale. Come suggerisce Benedetti (2013), nonostante l’avanzamento nelle scoperte scientifiche e l’avvento di nuove e sempre più sofisticate tecniche mediche, l’incontro terapeutico rimane comunque inalterato nel suo significato più profondo, indipendentemente dall’efficacia o meno della terapia; in altre parole la relazione paziente-terapeuta fornisce da sempre un luogo protetto in cui la persona sofferente incontra chi è in grado di alleviare il suo malessere.

La relazione medico - paziente è al centro di quel complesso contesto psicosociale che porta allo sviluppo di risposte placebo; infatti quasi ogni elemento del contesto della cura e del rituale terapeutico passa attraverso la figura del terapeuta. Le sue parole e i suoi atteggiamenti, l’ambiente in cui opera, i macchinari e gli strumenti che usa, le medicine che somministra sono i suoi strumenti principali e sono fondamentali per il risultato della cura.

La relazione medico-paziente si può suddividere teoricamente in quattro fasi; una prima fase, nella quale una persona si sente male e si identifica come paziente, in quanto sofferente e bisognosa di aiuto; una seconda fase, in cui va alla ricerca di aiuto e di conforto per sopprimere il suo malessere; una terza e importantissima fase in cui incontra il dottore, che rappresenta il mezzo per alleviare il suo dolore; una quarta ed ultima fase, in cui viene curato e riceve una terapia (Benedetti, 2013).

La prima fase è il “sentirsi male”; in questa fase il paziente si sente malato e questa sensazione è una combinazione di diversi eventi. Il primo evento è rappresentato dalla consapevolezza della sua sofferenza, sia fisica, dovuta ad una lesione o al malfunzionamento di una parte del corpo, che mentale, causata dalla consapevolezza che qualcosa nel proprio corpo sta cambiando in negativo (Benedetti, 2013).

Il secondo evento che modula la percezione del “sentirsi ammalato” è invece relativo ai diversi e innumerevoli fattori psicosociali che modulano la percezione del malessere. In altre parole, esiste una esperienza sensoriale comune a tutti che dà origine al malessere o al dolore, che parte dalla periferia del corpo e arriva al sistema nervoso centrale (bottom up) e, simultaneamente, esiste una modulazione discendente del sintomo, determinata da fattori psicologici e sociali (top down) come ad esempio il significato che viene attribuito al dolore nelle varie culture e anche nelle diverse fasi della vita, così come esiste una grande variabilità anche nei singoli pazienti, che rispecchia la varietà e la differenza dei contesti che circondano i malati. In questa prima fase quindi, il paziente si rende consapevole che, indipendentemente dalla tipologia del dolore che si trova ad affrontare, l’elemento cruciale è la sua percezione di malessere.

Questa percezione cosciente è ciò che spinge il paziente verso la seconda fase della relazione, secondo la prospettiva di Benedetti (2012).


 

Questa seconda fase rappresenta, da un punto di vista evolutivo, un tipo di comportamento finalizzato, simile a quello che accade quando si vuole placare il disagio derivante dalla fame e dalla sete, e, come dice Benedetti (2013), in ambito fisiologico, i meccanismi della ricompensa giocano un ruolo fondamentale. In questa seconda fase, il paziente che si “sente malato”, inizia a cercare sollievo come quando è affamato e assetato e mette in atto i repertori comportamentali finalizzati alla soppressione del disagio in conformità con il contesto nel quale vive, rivolgendosi al suo medico o al suo “sciamano”; in altre parole il comportamento che il paziente adotta nel cercare di alleviare la sua sofferenza si basa principalmente sulle sue credenze, sulle sue aspettative e sulla sua cultura, così che alcuni pazienti si rivolgono alla medicina convenzionale ed altri invece alle pratiche tradizionali.


 

Nella terza fase della relazione medico-paziente, il paziente finalmente “incontra il terapeuta”, ed è qui che avviene l’incontro con una figura autorevole e protettiva che promuove fiducia speranza, ed aspettativa di guarigione e di sollievo dalla sofferenza (Miller et al., 2009).

È in questo incontro infatti che in base alle parole, agli atteggiamenti e ai comportamenti del terapeuta, si attivano dei particolari meccanismi nella mente del paziente, come ad esempio la fiducia e la speranza, che conducono alle aspettative e alle credenze che si è visto essere alla base dei meccanismi placebo (Benedetti, 2013); nello stesso modo anche diversi meccanismi sono presenti nel cervello del terapeuta, come ad esempio l’empatia e la compassione.

La fiducia dei pazienti è un costrutto molto complesso e multidimensionale che è stato descritto in maniera differente a seconda delle discipline accademiche che l’hanno analizzato, (Pearson e Raeke, 2000), tuttavia nel campo medico ci sono stati diversi approcci alla definizione della fiducia nella relazione paziente-terapeuta. Alcuni teorici considerano la fiducia del paziente come l’insieme delle credenze o delle aspettative che il terapeuta si comporterà in un certo modo, mentre altri hanno sottolineato una connotazione più affettiva della fiducia, identificandola come una sensazione rassicurante nei confronti del medico e delle sue buone intenzioni (Pearson e Raeke, 2000).

Tra i comportamenti del medico, più comunemente descritti e su cui i pazienti basano la loro fiducia risultano esserci la competenza e la comunicazione, la compassione, la confidenza e la credibilità; inoltre la fiducia nel proprio terapeuta è stata da sempre considerata un elemento fondamentale che può avere un effetto tangibile sul risultato della cura (Pearson e Raeke, 2000).

Un altro aspetto molto importante dell’interazione fra paziente e terapeuta è la speranza. La sua definizione è tutt’altro che semplice visto che una recente metanalisi ha individuato circa 49 diverse definizioni (Schrank et al.,2008) fra le quali ad esempio quelle che la vedono come un fenomeno positivo che appartiene ai singoli individui, uno stato della mente, un potere interno, un’energia, uno stato emotivo motivazionale interno, una credenza o un’emozione positiva; essenzialmente si riconosce all’interno di questi costrutti uno stato motivazionale positivo che si basa su una percezione di energia positiva orientata all’ottenimento di un obiettivo e alla pianificazione di come raggiungerlo (Benedetti, 2012). Nonostante la speranza esprima una moltitudine di concetti, si possono comunque identificare secondo Benedetti (2012) almeno due fattori fondamentali che la caratterizzano: l’aspettativa e la motivazione, tale per cui il paziente ha la speranza di un futuro migliore e mette in atto tutti i repertori comportamentali conosciuti per raggiungere quell’obiettivo.

Nello stesso modo in cui la fiducia e la speranza operano dei cambiamenti nel cervello del paziente, anche nel medico avvengono degli eventi mentali complessi durante l’incontro con il paziente. Osservati da una prospettiva evolutiva, l’altruismo, l’empatia e la compassione si sono evoluti nel corso dei secoli per facilitare le relazioni sociali e la sopravvivenza della specie; in particolare l’empatia e la compassione sono alla base della relazione fra il paziente e il medico e sono elicitate attraverso le manifestazioni di sofferenza e afflizione che il paziente mostra. L’empatia è considerata come la capacità di condividere lo stato emotivo dell’altro e di coglierne i pensieri, adottandone lo stesso punto di vista. Come sottolineano Rogers e Kinget (Marmocchi et al., 2004) l’empatia è la capacità del terapeuta di immergersi nel mondo del paziente e di partecipare alla sua esperienza “come se” quella fosse la propria, ma senza mai abbandonare la qualità del “come se”, ovvero senza aggiungere il proprio stato d’animo. In altre parole l’empatia è un processo nel quale le esperienze cognitive ed emotive del paziente vengono condivise, senza però sentirne il peso emotivo “come se” fosse il proprio (Marmocchi et al., 2004). Un altro fattore fondante della relazione medico-paziente e affine all’empatia, è la compassione, che come sostiene Benedetti (2012) è uno stato mentale che può essere sollecitato davanti a situazioni di sofferenza fisica o psicologica, e che muove una reazione nel medico verso il conforto e l’aiuto.

Durante questa terza fase della relazione medico-paziente, un altro importante fattore che gioca un ruolo cruciale è la comunicazione verbale e quella non verbale. Le parole, le affermazioni che il terapeuta pronuncia hanno un profondo impatto nel produrre differenti effetti sul risultato finale. Come infatti visto nei precedenti capitoli, dire ad un paziente che la cura forse funziona o dire che la cura è molto potente produce differenti esiti (Benedetti, 2002). Nello stesso modo anche la comunicazione non verbale può modulare il rapporto fra il medico e il paziente; infatti le espressioni facciali di entrambi, gli sguardi, i gesti sono tutti messaggi consci ed inconsci che generano aspettative e risposte comportamentali (Benedetti, 2013).


 

Nella a quarta ed ultima fase della relazione medico-paziente, avviene la somministrazione della terapia. In questa fase, probabilmente la più importante nella relazione fra chi soffre e chi allevia la sofferenza, si svolge il rituale dell’atto terapeutico, ovvero la somministrazione della cura, in cui viene somministrato il farmaco insieme a tutti quegli stimoli psicologici, sociali, simbolici che contribuiscono al miglioramento o al peggioramento del sintomo e rappresentano l’effetto placebo. Ecco perché alcuni autori propongono di ridefinire l’effetto placebo come “guarigione contestuale”, in quanto prodotta dal contesto di cura che circonda il paziente e dall’ interazione fra il paziente e il terapeuta, nonché dai riti e dai simboli che li circondano (Miller et al., 2008). In altre parole, la sola interazione fra medico e paziente può risultare terapeutica, in quanto elemento centrale di quel contesto, potente ed evocativo, che comunica al paziente direttamente ed indirettamente che presto troverà sollievo. Bibliografia Benedetti, F. (2002). How the doctor's words affect the patient's brain. Evaluation & the Health Professions, 25(4), 369-386. Benedetti, F. (2012), L’effetto placebo. Breve viaggio tra mente e corpo. Roma, Carrocci Ed. Benedetti, F. (2013). Placebo and the new physiology of the doctor-patient relationship. Physiological Reviews, 93(3), 1207-1246. Marmocchi, P., Dall’Aglio, C., Zannini, M. (2004). Educare le life skills. Come promuovere le abilità psico-sociali e affettive secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Trento). Edizioni centro studi Erickson Miller, F. G., Colloca, L., & Kaptchuk, T. J. (2009). The placebo effect: Illness and interpersonal healing. Perspectives in Biology and Medicine, 52(4), 518-539. Pearson, S.D., & Raeke, L. H., (2000). Patients' trust in physicians: Many theories, few measures, and little data. Journal of General Internal Medicine, 15(7), 509-13. Schrank, B., Stanghellini, G., & Slade, M. (2008). Hope in psychiatry: A review of the literature. Acta Psychiatrica Scandinavica, 118(6), 421-433.




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Aggiornamento: 15 feb




Stime basate sulla popolazione e analisi degli ultimi decenni indicano che circa il 10% della popolazione generale riferisce sintomi di insonnia, associate a difficoltà e compromissioni diurne che si ripercuotono negativamente sulla qualità di vita e sui rapporti interpersonali (National Institute of Health- State of Science Conference Statement, 2005)


ANCHE TU SOFFRI DI INSONNIA ?!

Hai una predominante insoddisfazione riguardo alla quantità e qualità del sonno associata a queste variabili?

  • difficoltà ad iniziare il sonno

  • difficoltà a mantenere il sonno con frequenti risvegli o problemi di addormentamento dopo il risveglio

  • risveglio precoce al mattino con incapacità a riaddormentarsi.

Il fatto cha hai un sonno alterato, ti causa disagio e difficoltà nella giornata successiva alla notte insonne? Come sono i tuoi rapporti sociali e il tuo rendimento al lavoro, a scuola, nelle attività che svolgi di solito?


PER SEMPLIFICARE...SEI INTRATTABILE IL GIORNO DOPO ?


Quante volte alla settimana ti capita di dormire poco e male?

Fai fatica a gustarti il sonno almeno 3 volte a settimana?

Questa difficoltà persiste da almeno 3 mesi nonostante esistano adeguate condizioni per dormire?

Certo se hai un bambino piccolo, una persona da accudire continuamente o un piccolo animaletto peloso che disturba sempre durante la notte è normale e non rientri nei casi elencati qui sopra, ma se tutto a casa tua sembra nella norma.......??

Ora valuta la tua insonnia e pensa se prendi dei farmaci o delle sostanze psicoattive che potrebbero interferire con il tuo sonno. Non prendi niente? Meglio così, altrimenti è il caso di leggere nel bugiardino se i farmaci che prendi potrebbero darti insonnia.

Valuta anche se in questo periodo stai soffrendo di forte ansia o di disturbi dell'umore che potrebbero disturbare notevolmente il tuo sonno. E' normale infatti che in periodi particolarmente stressanti e critici della vita il sonno sia uno dei primi a soffrirne.

Un'altra valutazione molto importante da fare è quella di verificare che l'insonnia non si verifichi esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo del sonno/veglia come ad esempio la narcolessia, il disturbo della respirazione notturna oppure un disturbo del ritmo circadiano o altri disturbi del sonno.

Se hai risposto affermativamente a tutte queste domande, potresti soffrire di insonnia ma considera, SE TI PUO' ESSERE DI AIUTO PER TRANQUILLIZZARTI, che la principale caratteristica dell'insonnia è la dichiarata insoddisfazione della persona che soffre nella QUANTITA' e QUALITA' del sonno.

Hai capito bene, l'insonnia è decisamente la sensazione personale di avere un sonno scarso e quel poco, è addirittura disturbato.

PERCHE' PROPRIO A ME !?


Non ti preoccupare, non sei l'unico, Come hai letto all'inizio dell'articolo sono moltissime le persone come te che non accolgono subito Morfeo. Tieni presente che questo disturbo potrebbe derivare da una predisposizione individuale della persona coinvolta, la quale, attraversando momenti della vita difficili ( ad esempio stress acuti, separazioni, lutti, cambiamenti a livello lavorativo, familiare, di salute), potrebbe momentaneamente perdere la capacità naturale di addormentarsi o di dormire tranquillamente instaurando successivamente una cronicità nel disturbo del sonno, focalizzando la propria attenzione sul momento dell'addormentamento.

Cosa significa?

Significa che quando non stiamo bene perché stiamo attraversando un periodo di vita molto stressante ci potrebbe capitare di non riuscire a dormire bene... ed è normale! Quello che però entra in gioco nell'insorgere dell'insonnia cronica (quella che dura da più di tre mesi), così come l'abbiamo spiegata sopra, è l'adozione di atteggiamenti e comportamenti che vengono messi in atto per sconfiggerla.

OVVERO, PIU' TI SFORZI DI DORMIRE, E PIU' AUMENTA LA PROBABILITA' CHE SI INSTAURI L'INSONNIA. LA MENTE CHE PENSA E' NEMICA DEL BUON SONNO.


COSA POSSIAMO FARE?


​Iniziamo con il fare una valutazione psicologica per diagnosticare comorbilità con altri disturbi .

Una comprensione di eventuali disturbi psicologici in concomitanza (causa o conseguenza dell'insonnia) e una valutazione dell'opportunità o meno di intraprendere un trattamento MIRATO ai disturbi del sonno, ci restituirà un quadro di insieme che ci permetterà di decidere l'intervento più adeguato.


Rivediamo il nostro modo di dormire

  • Qual'é la mia necessità di sonno se sono un cronotipo gufo o allodola, breve o lungo dormitore?

  • Mi bastano 6 ore di sonno ? o sono meglio 8?

  • A che ora è meglio coricarsi per essere sufficientemente riposato ?

  • Come "mettere in pausa" la giornata prima di dormire ?

Recuperiamo la naturalezza del dormire

  • Quali sono i meccanismi del sonno e perché soffro di insonnia?

L'affiancamento nella comprensione dell'importanza dell'igiene del sonno e nel cambiamento di alcune abitudini di vita che favoriscono la permanenza dell'insonnia ci aiuterà a tornare alla naturalezza del sonno.

Affiancheremo tecniche di rilassamento allo scopo di contrastare un'eccessiva attivazione mentale e fisiologica in preparazione all'addormentamento.

ATTENZIONE !!!! RICORDA PERO' CHE I MIRACOLI NON ESISTONO !! SE VUOI VERAMENTE SCONFIGGERE L'INSONNIA DEVI ARMARTI DI TANTA MOTIVAZIONE


​Bibliografia:

Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali DSM-5 (2014, Raffaello Cortina Editore, Milano)

Federica Farina, Tornare a dormire –Una guida pratica per dormire meglio e superare l’insonnia. Epc editore , 2021

Violani C, Devoto A, Curare l’insonnia senza farmaci, Carocci Faber 2009.

Lavie P, Il meraviglioso mondo del sonno, Grandi tascabili Einaudi, 1999



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Aggiornamento: 5 ott 2021

Esiste il diritto di chi ha perso un amico animale, di provare tristezza, smarrimento, dolore senza incorrere nell'indifferenza e nella mancanza di tatto da parte di parenti e amici.



La felicità che ci dà un animale domestico è nota a molti fortunati. Chi non ha un amico animale non sa cosa si perde. Gli animali sono totalmente dipendenti da noi, ci offrono compagnia e conforto nei momenti più bui e il legame che si crea con loro ci offre l'opportunità di condividere ed esprimere ciò che noi siamo nel profondo, senza il bisogno di stare sulla difensiva per quello che riguarda i nostri sentimenti e le nostre emozioni.


E' proprio questa loro profonda e incondizionata accettazione del nostro "Io" più vero e l'opportunità che ci danno di offrire amore senza essere giudicati o rifiutati che connota questa relazione speciale, che tanto ci arricchisce.


I nostri amici animali creano intorno a noi un'oasi di benessere in cui ci sentiamo accettati e amati incondizionatamente e dove possiamo prendere qualche momento di pausa lontano da un mondo che per molti versi è ipercritico e ci vuole sempre performanti.


In questo mondo, in cui tutto sta diventando veloce e superficiale, il nostro amico diventa il nostro confidente più segreto a cui svelare i nostri sentimenti più intimi, sicuri che lui no...non ci tradirà mai. Grazie a questa relazione così speciale, quando sono in vita riceviamo da loro tanta gioia e amore ed è anche per questo motivo che quando i nostri amici ci lasciano, o peggio, quando siamo noi che dobbiamo decidere di recidere quel legame per non farli più soffrire, il nostro cuore si lacera.


"Poiché li abbiamo resi inconsciamente simboli viventi della nostra innocenza e dei nostri sentimenti più puri, potremmo avere la sensazione che sia morta anche una segreta parte di noi, come se si fosse aperta una voragine immensa nell'anima" (Wallace Sife, Addio amico mio).


Esistono ovviamente diversi tipi di legame che si creano con un animale domestico e di conseguenza esistono differenti gradi di sofferenza che percepiamo alla morte del nostro animale.

Chi nutre un legame debole, lo considera come qualcosa di utile e di cui doversi prendere cura in termini di semplice accudimento fisico. Un esempio calzante sono quei poveri cani che vediamo attaccati alla catena giorno e notte che alla loro morte verranno, con pochi rimpianti, rimpiazzati da un altro animale.


Per alcune persone con un legame moderato, l'animale è invece un oggetto carino, che procura gioia e intrattenimento, ma che rimane pur sempre una "cosa" da possedere e che permette di soddisfare le esigenze e i capricci del momento. Certo è presente l'affetto, ma alla morte di questo animale ci sarà tristezza e sconforto che però passano in fretta nel momento in cui lo si sostituirà con un altro esserino.


Infine ci saranno le persone che hanno sviluppato un legame molto profondo con il loro amico animale.

Come riconoscerli? Sono le persone che parlano in continuazione con i loro amici animali, che sono entrati profondamente in sintonia con loro, tanto da essere certi di conoscere in anticipo le loro esigenze, i loro bisogni e le loro emozioni. Il legame con questi animali diventa parte integrante della loro vita tanto che le abitudini e il quotidiano girano completamente intorno a questa unione speciale.


Quando la vita di questo animale finisce è quindi più che comprensibile che si soffra in maniera unica e straziante.

Per queste persone, che dipendono moltissimo da questo rapporto, unico e speciale, che dona loro estrema sicurezza e protezione, la morte del loro amico rappresenta la fine di questo legame così totalizzante.

In questi casi, non abbiamo perso SOLTANTO un animale ma abbiamo perso un amico sincero, un confidente, un essere speciale che ci ha accompagnato nei momenti più difficili come in quelli più gioiosi.

NON ABBIAMO PERSO SOLTANTO UN ANIMALE, e questa perdita non può essere paragonata a nessun'altra.


Il lutto per il nostro amico, in questo caso, potrà essere per taluni più intenso di quello provato per un essere umano, con l'aggravante che nessuno o pochi ci comprenderanno.

"E' soltanto un animale" sarà la frase che ci sentiremo ripetere all'infinito, con il suggerimento di sostituirlo quanto prima con uno "nuovo", come se questa nostra perdita non fosse importante.


Ci saranno molte persone che non capiranno mai l'essenza del nostro lutto, anzi cercheranno di sminuirlo o peggio ridicolizzarlo e risulterà per alcuni alquanto difficile esprimere apertamente il proprio dolore, senza vergogna o con la paura di essere derisi o giudicati in malo modo. Proprio questa tendenza ad isolarsi nel proprio dolore e a reprimere le proprie emozioni potrebbe portarci a non elaborare completamente questo lutto e vivere costantemente nella tristezza e nel ricordo del nostro amato amico senza avere l'occasione di ritornare a sentirsi felici come quando lui era al nostro fianco.


E' bene anche ricordarsi a tal proposito, che tutti noi siamo portatori di un "bagaglio emotivo" pesante, che proviene dalle numerose esperienze pratiche ed emotive che abbiamo fatto nella vita e talvolta la difficoltà di elaborazione del lutto del nostro amico animale dovuta ad una tristezza e ad un dolore eccessivo potrebbe derivare da sentimenti e ricordi di cui non siamo immediatamente consapevoli ma che vengono risvegliati in un periodo di estrema vulnerabilità e confusione.

In questo caso il ricorso ad un bravo psicologo che possa aiutarci a rielaborare e a distinguere le precedenti esperienze dolorose da quest'ultima, potrebbe farci intravedere la luce in fondo al tunnel.


ALCUNI SUGGERIMENTI PRATICI

  1. Trovate persone empatiche con cui poter sfogare il vostro dolore e piangete, piangete e ancora piangete. Date voce alle vostre emozioni, piano piano il dolore e lo smarrimento inizieranno a dissolversi ma se tratterrete i vostri sentimenti e le vostre emozioni, ritarderete l'elaborazione del lutto e il processo di guarigione.

  2. Non ostacolate il ritorno alla normalità ma permettetevi di accettare e rivivere i ricordi con intensità. Non tenete troppi oggetti che vi ricordano il vostro amico, magari metteteli temporaneamente in una scatola che riprenderete successivamente.

  3. A casa stabilite nuove abitudini, cambiate l'ordine con cui fate le cose. Siate impegnati, lavorate, meditate, leggete, andate al cinema, fate tanta attività fisica che aiuta a guarire anche dalle ferite dell'anima.

  4. Tornate nei posti che vi ricordano il vostro animale ed accettate che ora non c'è più, con la consapevolezza però che i ricordi rimarranno per sempre con Voi. Fate un elenco di tutte le cose intelligenti e simpatiche che faceva, aggiungete nuovi aneddoti ogni volta che ve ne viene in mente uno. Quando sarete pronti, leggete questa lista a qualcuno che possa consolarvi, ridendo, piangendo e poi ancora sorridendo. Tutto ciò fa parte del processo di guarigione.

  5. Infine se il dolore risultasse troppo forte e insuperabile, rivolgiti ad uno psicologo che sarà sicuramente in grado di capire l'enorme sofferenza che stai passando senza giudicarti ma aiutandoti a recuperare le forze per eventualmente rimetterti in gioco con un altro ESSERE SPECIALE.

BIBLIOGRAFIA

  • Wallace Sife (2016). Addio amico mio. Affrontare il lutto per la perdita di un animale domestico. Armenia

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